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LE DICHIARAZIONI SULLA RESPONSABILITÀ DI UN SOGGETTO TERZO RESE DALL’INDAGATO IN SEDE DI INTERROGATORIO.

Durante l’interrogatorio formale davanti alla P.G. (delegata dal P.M.), nelle indagini su reati a concorso necessario, accade spesso che l’indagato, con le proprie dichiarazioni, evidenzi profili di responsabilità penale di un soggetto terzo, fino ad a quel momento non indagato.

Si tratta della c.d. “chiamata di correo propria”: l’art. 192, co. 3, c.p.p. prevede che “le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in procedimento connesso a norma dell’art. 12 sono valutate unitamente agli altri mezzi di prova che ne confermano l’attendibilità“. Tale regola è, poi, estesa dal comma 4 anche alle dichiarazioni rese da persona imputata di reato collegato a quello per il quale si procede ex art. 371, co. 2, lett. b), c.p.p.. Tale istituto processuale è stato ulteriormente esteso dalla sentenza 01.07.2009 n. 197 della Corte Costituzionale al soggetto coimputato nel medesimo processo.

Ebbene, in tale specifica situazione, è principio conosciuto che l’indagato è tenuto a dire la verità, come il testimone (l’indagato deve essere formalmente avvertito che, se renderà dichiarazioni nei confronti la responsabilità di altri soggetti, ha il dovere di riferire il vero e che, nei confronti di tali soggetti, assumerà la veste di testimone).

Detto principio, introdotto con legge n. 63/2001, in applicazione del principio del fair process sancito in Costituzione con la novella del 1999, trova particolare applicazione nelle indagini per fatti di corruzione, reato a concorso necessario e che comporta spesso che il corrotto, in fase di indagini, accusi il corruttore (e viceversa).

Pertanto, come osservato, l’accusa mossa dall’indagato ad un altro individuo, è soggetta all’obbligo di verità ed ha una notevole conseguenza nel corso del processo. La formazione della prova in dibattimento ed in contraddittorio tra le parti, invero, rende necessario l’esame di uno dei due coimputati nel processo dell’altro. In questa sede, tuttavia, il coimputato esaminato dal P.M. o dalla difesa, assumerà la qualifica non di teste né di mero imputato, bensì di testimone assistito (c.d. “impumone”).

Il coimputato nel medesimo processo, dunque, come accade con riferimento al corrotto ed al corruttore (indagato e poi imputato sulla base delle dichiarazioni, soggette ad obbligo di verità, del primo), può essere chiamato a testimoniare sui fatti addebitati all’altro, ma solo se assistito da un difensore – di fiducia o d’ufficio – il quale deve tutelare il cliente dal rischio di dichiarazioni autoaccusatorie e preavvertito della facoltà di non rispondere.

Tuttavia, laddove il teste assistito rinunciasse ad avvalersi della facoltà di non rispondere, egli – ed in ciò si ritrova l’ambiguità di tale istituto – non sarebbe soggetto ad un obbligo di verità: il legislatore, infatti, sospetta del teste assistito, poiché soggetto non disinteressato all’esito del giudizio e, pertanto, subordina l’efficacia probatoria delle sue dichiarazioni alla presenza di riscontri esterni delle stesse (e, se non dovessero esserci tali riscontri, il valore probatorio della testimonianza assistita non sarebbe pieno ed effettivo).

Dott. Giuseppe De Pascalis

Avv. Michele Bonsegna